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Benfatto. Innovare e crescere con la sostenibilità. Intervista all’autore Alessio Alberini

Articolo Pubblicato su “Festival IT.A.CA’ e il Taccuino di Darwin” – 23.10.2018

All’interno della tappa parmense del festival IT.A.CA’ è stato presentato il libro di Alessio Alberini dal titolo “Benfatto. Innovare e crescere con la sostenibilità”. L’incontro, che si è tenuto presso la libreria Diari di Bordo, è stato partecipato e caratterizzato da un interessante dibattito tra l’autore e il pubblico. Al fine di continuare la riflessione sui temi della circular economy, del greenmarketing e della sostenibilità vi proponiamo l’intervista fatta ad Alessio.

Alessio Alberini è un consulente per le PMI con una lunga esperienza nel campo del marketing e della comunicazione. E’ stato fondatore di Greenbean, prima agenzia italiana dedicata esclusivamente al greenmarketing e alla comunicazione della sostenibilità. E’ un ex pubblicitario (non pentito) che ha deciso di cimentarsi nelle nuove frontiere della comunicazione aziendale; quella comunicazione che non ha il solo obiettivo di vendere un prodotto ma che ha come missione far capire alle aziende e ai consumatori che è necessario cambiare mentalità prima ancora di cambiare il modo di fare business o spesa. Che “think outside the box” ormai non basta più e che è indispensabile rigenerare le aziende, innovare i prodotti e i processi di sviluppo ed essere strategici investendo nelle persone prima ancora che nei progetti. Seguire, insomma, i principi della sostenibilità che permettono di far fare un balzo in avanti alle aziende preservando l’ambiente e valorizzando le persone.

Alessio si definisce un marito innamorato e un padre affettuoso.. e questo mi suggerisce la prima domanda: è per tua moglie e per i tuoi figli che hai deciso di scrivere questo libro? O meglio, che hai deciso di raccogliere in un volume tanti esempi di buone pratiche produttive che tutelano la salute delle persone e garantiscono un futuro (verde) alle nuove generazioni?

In realta no… è stata l’urgenza di raccogliere, riflettendoci sopra, ciò che in questi anni ho visto, ascoltato, imparato e praticato. L’urgenza di unire i puntini per vedere che disegno ne veniva fuori. Per la mia famiglia ho, più di quindici anni fa, cambiato radicalmente il mio modo di essere cittadino, professionista e persona.

Come sei venuto a conoscenza del “greenmarketing” e come sei stato “folgorato” dalla sostenibilità?

La sostenibilità si è presentata a me nel 2004, quando, con l’agenzia di comunicazione con la quale collaboravo all’epoca, partecipammo ad una gara per ARPA Veneto, gara per realizzare di una campagna che promuovesse la frugalità dei consumi e la riduzione degli sprechi.

Fare ricerche per studiare quella campagna – in seguito pluripremiata – mi aiutò a trovare “il mio posto nel mondo” perché non serviva a vendere merci, anzi chiedeva di comprarne meno e di usarle meglio. Era una campagna per condividere valori, consapevolezze e bisogni collettivi. Era sincera, genuina ed autentica. Era una campagna “benfatta”, che mi aiutò a definire una certa idea di mondo e una chiara visione di cosa sarebbero diventati il marketing e la comunicazione, una volta tornati ad essere mestieri creativi. Come piace a me.

Nel libro, tra tanti nuovi termini come engagement, B Corp, Digital Strategist, ecc.., ti soffermi molto sul concetto di “marca”, che non è un termine esattamente nuovo.. Ma riesci a parlarne in maniera innovativa e soprattutto citando grandi personalità del nostro tempo come Nelson Mandela, Madre Teresa di Calcutta, Al Gore, John Lennon, Bill Gates, Anita Roddick, ecc.. Per dirla in maniera semplice: ma che ci azzeccano queste persone con il significato di marca?

La marca non è il nome o il marchio, la marca è l’opinione che le persone hanno di un’azienda, di un prodotto, di un manager o del fondatore. In questi ultimi 20 anni abbiamo assistito all’affermarsi di menti creative che hanno fatto rivoluzioni piccole o grandi e preso “cittadinanza” nella testa e nel cuore delle persone. Si sono trasformate in archetipi di una certa idea di mondo a cui le aziende e i manager possono e debbono guardare per costruire la reputazione di ciò che producono e offrono al mercato.

Rimaniamo in tema di marca. Nel libro parli di storytelling inteso, appunto, come “narrazione di marca”. Per chiarire il concetto cito una parte del libro che ho trovato molto interessante, quella che racconta di Organyc. Ti senti di commentare questo esempio di azienda innovativa e rigenerata?

La storia di come sia nato il prodotto ha tutti gli ingredienti di cui sopra. L’archetipo in questo caso è quello del caregiver, di colui che si prende cura. La marca NON è l’eroe della della storia, l’eroe è l’amica del fondatore, alla ricerca di risposte ad un suo problema grave (la battaglia a cui è stata chiamata). La marca è il mentore, così come lo è Gandalf per Frodo. La morale che l’amica ne trae è la reputazione che la marca si sarebbe guadagnata sul campo.

Nel libro racconti di tantissime aziende che operano secondo i principi della sostenibilità e che operano in svariati campi: moda, abbigliamento, cosmetici, packaging, alimentare, ecc.. Ti va di parlarci di qualcuna? Ad esempio a me è piaciuta molto la storia della matita “Perpetua” e di come questo prodotto nasca dalla “collaborazione” tra diversi settori lavorativi lontani tra loro (elettronica, prodotti di cartoleria e moda) ma uniti dall’innovazione della circular economy.

Perpetua è una matita. Diversa da tutte, ma proprio tutte, le matite presenti sul mercato. Nasce dalla richiesta di oggetti promozionali di un’ azienda piemontese che annualmente genera diverse tonnellate di polvere di grafite come residuo del processo produttivo, residuo che ha elevati costi di smaltimento ed elevato impatto ambientale.  Perpetua risponde al bisogno di smaltire questo residuo in modo conveniente e sostenibile, risponde facerndosi una domanda “perché non smaltire scrivendo?”.

Per farlo serve un produttore di matite. Ma in Italia non ne esistono! Non esiste nessuna azienda italiana che produce matite! Che fare? Non si poteva permettere che questo materiale venisse disperso nell’ambiente, così come non si poteva non cogliere questa opportunità di fare qualcosa di nuovo. Con un esperto di materiali e stampaggio e due designer, dopo quasi un anno e mezzo di continua ricerca sui materiali si trova quello in grado di rendere la polvere di grafite un materiale scrivente.

Nasce così, verso la fine di 2013, Perpetua che in soli 15 grammi racchiude una matita 100% Made in Italy, un brevetto europeo registrato sia come prodotto che come processo produttivo e un messaggio di rispetto dell’ambiente, un mix di tecnologia e usabilità che esprimono il vero senso della parola design.

Chiuderei le domande facendotene una sulla parte del libro che mi ha colpito di più. Si trova nel capitolo della “Condivisione” e fai una riflessione sul confronto generazionale tra le persone nate negli anni 70-80 (la tua generazione) e i cosiddetti Millennials che adesso hanno dai 20 ai 35 anni. Sui primi dici che sono persone che non hanno fatto abbastanza per la difesa dell’ambiente e lo sviluppo (sostenibile) della società. Le definisci una generazione materialista, disimpegnata e apatica, in competizione e spesso cinica. Una generazione preoccupata prima di tutto a mantenere quanto ottenuto e che ha bloccato di fatto l’ascensore sociale. Dei Millennials dici invece che hanno un rapporto diverso con l’ambiente (più rispettoso), sono più consapevoli delle problematiche ambientali e sociali che stiamo vivendo ma soprattutto dici che sono una generazione che ha l’ambizione di cambiare le cose. Questo dovrebbe lanciare un urlo di speranza guardando al futuro. E’ davvero così? Da cosa nasce questa tua severa, ma per certi aspetti ottimista, considerazione?

Ho questo ottimismo perché ho la fortuna di conoscerne diversi, di frequentarli come docente in diversi Master, di vederli al lavoro nelle aziende con cui collaboro. Hanno la consapevolezza che le cose stanno andando male ma non hanno nessuna intenzione di rassegnarsi. Studiano tanto e sono ambiziosi, non sono alla ricerca di compromessi. Sono arroganti e presuntuosi nel migliore del significato che queste due parole possono avere. Sono inca***ti quanto basta, hanno voglia di mettersi in gioco, hanno una visione globale del mondo. Sono tutt’altro che apatici e rassegnati. Questo mi basta per avere fiducia in loro e prendere esempio da loro.

Nel complimentarci per il suo lavoro ringraziamo Alessio Alberini per questa bella intervista e per aver partecipato al Festival IT.A.CA’ Parma.

Andrea Merusi

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Contro il cibo nella spazzatura gli effetti della legge 166/2016 sugli sprechi alimentari

Articolo pubblicato sulla rivista “UNI-VERSUM” – n. 27/28 maggio 2018

Ogni italiano getta nel proprio contenitore di rifiuti circa 76 kg di cibo all’anno. Questo è uno dei dati più impressionanti tra quelli forniti dall’organizzazione Last Minute Market, una società spin-off dell’Università di Bologna nata nel 1998 come attività di ricerca e diventata, nel 2003, realtà imprenditoriale che sviluppa progetti volti al recupero dei beni invenduti a favore di enti caritativi.

Il dato a livello mondiale non è molto più incoraggiante: secondo la FAO un terzo del cibo prodotto viene gettato via o disperso nella filiera, e ogni anno vengono buttate 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti. Questo assurdo spreco non ha ricadute solo dal punto di vista etico e sociale (ad oggi sono stimate in 870 milioni le persone che soffrono la fame) ma ha delle significative conseguenze anche da un punto di vista ambientale. Nel 2013 la FAO ha pubblicato il rapporto Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources, uno studio che analizza l’impatto delle perdite alimentari dal punto di vista ambientale. I risultati ottenuti hanno evidenziato che ogni anno, il cibo che viene prodotto, ma non consumato, sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.

Le conseguenze economiche dirette di questi sprechi si aggirano, secondo il rapporto, intorno ai 750 miliardi di dollari l’anno. Altri studi stimano lo spreco alimentare nel mondo in 2.060 miliardi di euro.

Ma torniamo all’Italia, sempre secondo Last Minute Market lo spreco di cibo – dal residuo in campo allo spreco domestico – ci costa lo 0,5% del nostro Pil, oltre 8 miliardi di euro. Dato confermato anche dall’associazione Slow Food Italia che denuncia come gli sprechi alimentari in Europa avvengono soprattutto tra le mura domestiche.

Valori inaccettabili e paradossali se si pensa che nell’ultimo rapporto dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sullo spreco alimentare si legge che anche in Italia le condizioni di malnutrizione e obesità sono in rapido aumento. (…) Nel 2016 il 14% della popolazione si trovava in povertà relativa (al di sotto del livello economico medio nazionale) pari a circa 8,3 mila persone, di cui circa 4,6 mila in povertà assoluta ovvero con difficoltà di accesso al cibo e incapacità di acquisire beni e servizi necessari per uno standard di vita minimo accettabile nel contesto nazionale; queste cifre sono in aumento negli ultimi anni.

I numeri sono allarmanti ma c’è una buona notizia: nel settembre 2016 è entrata in vigore in Italia la Legge Gadda del 19 agosto 2016 n. 166 rinominata “Legge sugli sprechi alimentari”. Come si evince dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, il fine del provvedimento è la riduzione degli sprechi nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione di tali prodotti attraverso la realizzazione dei seguenti obiettivi prioritari:

  • favorire il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari a fini di solidarietà sociale, destinandole in via prioritaria all’utilizzo umano;
  • contribuire alla limitazione degli impatti negativi sull’ambiente e sulle risorse naturali mediante azioni volte a ridurre la produzione di rifiuti e a promuovere il riuso e il riciclo al fine di estendere il ciclo di vita dei prodotti;
  • contribuire al raggiungimento degli obiettivi generali stabiliti dal Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti e dal Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, nonché alla riduzione della quantità dei rifiuti biodegradabili avviati allo smaltimento in discarica;
  • contribuire ad attività di ricerca, informazione e sensibilizzazione dei consumatori e delle istituzioni sulle materie oggetto della legge, con particolare riferimento alle giovani generazioni.

L’aspetto più rilevante della Legge è che si semplifica la burocrazia in materia di riutilizzo del cibo e questo rende più semplice donare alimenti. Se, ad esempio, un ristoratore vuole consegnare gratuitamente il cibo rimasto a un’associazione di solidarietà, non sarà più obbligato a segnalarlo con anticipo alle autorità competenti, ma potrà presentare una dichiarazione consuntiva a fine mese. In aggiunta è stata aumenta da 5mila a 15mila euro la soglia oltre la quale diventa obbligatoria la “denuncia” della donazione.

Per quanto riguarda gli sprechi di cibo in fase di produzione e raccolta, questa legge consente il recupero dei prodotti agricoli che rimangono in campo e la loro cessione a titolo gratuito.

Altro aspetto premiante: la legge permette ai Comuni la possibilità di prevedere sconti sulla tassa rifiuti per chi donerà l’invenduto. Mentre per i cittadini che si recano al ristorante consente l’asporto dei propri avanzi con la cosiddetta “family bag“.

L’Italia, attraverso questa legge, si propone di dimezzare gli sprechi alimentari in dieci anni, superando i target definiti dall’Unione Europea per il 2020. E’ una legge che non prevede sanzioni – e forse questo potrebbe frenare un po’ i risultati – ma ha come primo intento la valorizzazione delle buone pratiche e della rete di solidarietà che si è creata in questi anni.

Il bilancio della legge ad un anno dalla sua entrata in vigore sembra essere positivo: secondo la fondazione Banco alimentare si è registrato un aumento del 20% del recupero di eccedenze dalla grande distribuzione da settembre 2016 a settembre 2017, grazie ad un incremento dei volumi delle donazioni, ad una crescita dei punti vendita, ad accordi tra aziende e associazioni di solidarietà, e ad alcune buone pratiche attuate da molti comuni virtuosi.

Anche se i primi risultati sono incoraggianti gli obiettivi da raggiungere sono ancora lontani e per fare in modo che i risultati attesi vengano raggiunti è fondamentale puntare sulla conoscenza e la sensibilizzazione delle persone. Fatta la legge ora bisogna fare i cittadini, attraverso una corretta informazione e con esempi concreti che dimostrino che ridurre gli sprechi alimentari è facile e conviene.

Andrea Merusi

Gran Casinò. Storie di chi gioca sulla pelle degli altri

Editoriale pubblicato su “il Taccuino di Darwin” – 09/12/2017

Seguo la compagnia teatrale ITINERARIA da circa dieci anni e ho visto i loro spettacoli di teatro sociale più e più volte. Il primo è stato H2Oro, l’acqua un diritto dell’umanità, visto tre volte e portato con Irene a Traversetolo (PR) nel 2009. A seguire ricordo Identità di Carta, Dov’è nata la nostra Costituzione, Finanza Killer-Sbankati, Stupefatto. Venerdì 15 dicembre Fabrizio De Giovanni e Maria Chiara Di Marco saranno di nuovo a Parma con lo spettacolo “Gran Casinò. Storie di chi gioca sulla pelle degli altri“; uno spettacolo per dire NO al gioco d’azzardo e che – come si legge dalla locandina – vuole contribuire a creare consapevolezza su un perverso business gestito dalle lobby del gioco e dalla malavita.

Il gioco d’azzardo è diventato un problema sociale e per avere un’idea della sua grandezza è sufficiente pensare che in Italia il fatturato dell’azzardo legale è passato dai 26 miliardi di euro del 2005 ai 98 miliardi di euro del 2015. E’ quindi un settore che non ha risentito della crisi economica, anzi, paradossalmente i numeri ci dicono che è stato favorito dall’incertezza economica che ha colpito migliaia di famiglie negli ultimi anni. E se gli italiani sono meno dell’1% della popolazione del pianeta, nei giochi on line rappresentano il 23% del mercato mondiale.

L’aumento del gioco d’azzardo è un indicatore sociale; mi tornano alla mente le parole del cantautore Francesco Guccini: “dico addio.. a questo orizzonte di affaristi e d’imbroglioni, fatto di nebbia, pieno di sembrare, ricolmo di nani, ballerine e canzoni, di lotterie, l’unica fede in cui sperare..” e mai definizione sul gioco d’azzardo mi sembra più adatta. Mai frase fu più chiara nel definire una società che non crede più nella politica, nel progresso, nella scienza, nel valore di una comunità, nelle religioni. Troppe persone ripongono tutte le loro speranze di un futuro migliore nel vincere in un sol colpo una montagna di denari da mettersi a posto per il resto della propria vita.

Ma l’amara realtà – supportata dai dati – è che l’unica certezza derivante dal gioco d’azzardo è che questo crea dipendenza e molto spesso rovina persone e famiglie.

I giochi d’azzardo sono soldi facili per lo Stato, altrimenti non si spiegherebbero tutte le pubblicità in TV, in internet e sui giornali che invogliano a scommettere e blandamente ricordano: “gioca responsabile”.

Con lo spettacolo Gran Casinò la compagnia ITINERARIA ci racconterà, attraverso il teatro, questo orizzonte d’imbroglioni e come fare per evitarlo. Ringrazio l’associazione Per Ricominciare che ha organizzato l’evento e segnalo che lo spettacolo di terrà presso il Teatro Sacro Cuore (piazzale Volta n°1) alle ore 14.30 e alle ore 20.30.

Andrea Merusi

Bike Food Stories. Intervista a Davide Pagani

Articolo pubblicato su “Festival IT.A.CA‘” – 29/09/2017

Cari viaggiatori e care viaggiatrici

oggi nel nostro blog ci trasferiamo a Parma dove Andrea Merusi intervista per noi Davide Pagani, cuoco, gastronomo, accompagnatore turistico e guida ambientale escursionista, che sarà uno degli ospiti dei seminari che si terranno mercoledì 4 ottobre al Palazzo del Governatore di Parma per la V tappa di IT.A.CÀ Parma. Ideatore e fondatore del progetto Bike Food Stories gli abbiamo chiesto di anticiparci qualcosa del suo intervento e di raccontarci cosa è per lui il turismo responsabile.

> L’estate è appena trascorsa e solitamente è il periodo dell’anno dove la gente viaggia e conosce nuovi posti. Ci racconti il tuo ultimo viaggio?

Il mio ultimo viaggio risale all’agosto 2016, quando con un mio carissimo amico (Gianluca Campanella) siamo partiti da Parma e abbiamo raggiunto Santa Maria di Leuca dopo 15 giorni di viaggio in bici. Per un totale di 1005km. Il filo conduttore dell’intero viaggio è stata la SOSTENIBILITÀ: ambientale, alimentare, economica e sociale. Ad ogni tappa siamo andati a conoscere le persone e i produttori locali, i cui valori di rispetto dell’uomo, tutela dell’ambiente e della biodiversità sono per loro principi imprescindibili. In questo modo abbiamo scoperto la cultura territoriale più genuina e nascosta, che non si trova sulle guide turistiche. Per noi le persone che vivono, lavorano e tutelano il territorio sono i veri custodi della cultura gastronomica.

> Al festival IT.A.CÀ Parma presenterai il tuo progetto “Bike Food Stories”, ci puoi anticipare di cosa si tratta e perché hai deciso di realizzarlo?

Molto semplicemente Bike Food Stories si propone di accompagnare in bicicletta i turisti coniugando cicloturismo e conoscenza del patrimonio enogastronomico locale. Tutto questo per scoprire ed “assaporare” lentamente il territorio: quello di Parma, capitale della Food Valley e città creativa della gastronomia UNESCO.
Ad ogni tour si scoprono i segreti per realizzare i prodotti tipici. Si visitano i luoghi di produzione e, dopo aver pedalato, c’è il giusto “premio” in un locale selezionato per assaggiare i piatti della nostra tradizione approfondendo il tema culturale legato al patrimonio enogastronomico.

Il mio obiettivo è donare al mio “ospite del territorio” un’esperienza concreta, emozioni e ricordi che lo possano legare al nostro territorio, alla nostra cultura gastronomica e alla nostra comunità di persone che, attraverso il loro lavoro artigianale quotidiano ci regalano dei prodotti unici. Il viaggio è inteso come la scoperta e la conoscenza di un territorio a impatto zero per l’ambiente, puntando su un modello di sviluppo turistico che considera il tema della sostenibilità ambientale un valore centrale.

> Quali sono state le difficoltà e quali le soddisfazioni che hai incontrato nel tuo progetto?

La difficoltà più grande è stata quella di capire la strada giusta da intraprendere per realizzare quello che un tempo era soltanto un giorno: ostacoli, burocrazia, ansie e paure. Però oggi, se ci penso, mi viene un po’ da ridere e sono orgoglioso di quello che fino ad ora ho realizzato.
La soddisfazione più grande l’ho avuta quando ho ricevuto le prime e-mail da turisti stranieri che si sono messi in contatto con me usando il form di prenotazione del mio sito www.bikefoodstories.it . In quella occasione mi sono emozionato tantissimo anche se alla fine non hanno accettato il mio preventivo. Però voleva dire che gli sforzi fatti nei due anni precedenti stavano iniziando a dare i loro frutti.
Altre soddisfazioni ce le ho quando torno a casa rilassato con il sorriso stampato sulla faccia dopo aver accompagnato i turisti in bicicletta e ricevuto il loro grazie per l’esperienza.

> Cosa vuol dire per te viaggiare e cosa significa per te il termine “Turismo Responsabile”?

Mi permetto di citare qui una frase del grande Mario Soldati (primo giornalista enogastronomo) estrapolata da un programma televisivo del 1957

“Che cosa è viaggiare? Viaggiare è conoscere luoghi, genti, paesi. E quale è il modo più semplice, elementare di viaggiare? Mangiando, praticando la cucina di quel paese in cui si viaggia. Perché se voi ci pensate bene, nella cucina c’è tutto: c’è la natura del luogo, il clima, l’agricoltura, la pastorizia, la caccia e la pesca. Nel modo di cucinare, invece, c’è la tradizione di un popolo, la storia, la civiltà!”.

Oltre a questo bellissimo pensiero io voglio aggiungere che oggi nel 2017 il turismo deve essere sostenibile, responsabile, da un punto di vista ambientale. Questo è il problema più grande che dovremmo affrontare da subito. Vi posso garantire che quest’anno, lavorando in bicicletta, mi sono reso conto in prima persona dei problemi legati alla mancanza di acqua nella nostra provincia; l’eccezionale caldo e la siccità; gli improvvisi temporali; la cappa di smog che si può vedere dai nostri appennini verso la Pianura Padana.

Il nostro territorio è decisamente ammalato!

> Cosa ti aspetti dalla partecipazione al festival IT.A.CÀ Parma? Quale messaggio vorresti portare? 

Mi aspetto di poter tessere delle reti con la città di Parma. Dopo più di un anno ammetto che non mi sento integrato completamente con il tessuto sociale ed economico di Parma. Sarei contentissimo di poter incontrare nuovi parmigiani con il quale iniziare nuove collaborazioni. Vorrei consigliare ai parmigiani di ritornare a scoprire il loro territorio dietro a casa perché non sanno che ci sono delle piccole chicche che probabilmente non si aspettano neanche!

Ringraziamo Davide per essere stato con noi e vi aspettiamo per la tappa parmense del primo primo festival in Italia che si occupa di turismo responsabile 😉

Qui per consultare il programma dal 2 all’ 8 ottobre

Andrea Merusi

Earth Overshoot Day: servono 4 ‘Italie’ per soddisfare il nostro stile di vita insostenibile

Articolo pubblicato su “ViaggiVerdi-ecobnb” – 14/08/2017

L’Earth Overshoot Day ci dice anche quest’anno che stiamo sovra-sfruttando le risorse del nostro Pianeta. E se calcoliamo l’impronta ecologica dell’Italia il risultato è spaventoso: occorrerebbero 4 ‘Italie’ per soddisfare i nostri attuali consumi di risorse naturali.

A chi si occupa di sostenibilità non sarà sfuggita una data importante: l’Earth Overshoot Day, il giorno che sta a indicare il momento in cui la popolazione mondiale ha consumato tutte le risorse terrestri disponibili che il Pianeta è in grado di rigenerare.

Quest’anno (2017) l’Earth Overshoot Day è stato il 2 agosto e questa non è una buona notizia considerando il fatto che l’anno scorso era stato celebrato l’8 agosto, due anni fa il 13 agosto e nel 2000 a fine settembre.

Earth Overshoot Day: stiamo sfruttando 1,7 volte le risorse del nostro Pianeta

In poche parole, da inizio agosto il nostro Pianeta è sovrasfruttato dall’uomo. Secondo i dati calcolati dall’organizzazione Global Footprint Network, l’uomo sta consumando le risorse naturali 1,7 volte più velocemente della capacità naturale degli ecosistemi di rigenerarsi.

E per come stiamo vivendo noi italiani ci vorrebbero – ad oggi – più di 4 “Italie” per soddisfare i nostri consumi di materie prime.

L’Earth Overshoot Day è un buon indicatore della sostenibilità. Più questa data si avvicina a fine anno più gli stili di vita dell’uomo sono in linea coi principi di sviluppo sostenibile e vanno verso una maggiore tutela della natura.

Purtroppo la tendenza che si è registrata in questi anni è opposta: l’uomo è sempre più vorace e le risorse naturali si esauriscono sempre prima. L’Earth Overshoot Day si avvicina, anno dopo anno, sempre più verso il primo semestre.

Le conseguenze di questo fatto sono sotto gli occhi di tutti. Proprio in questi giorni dieci regioni italiane si trovano in grave crisi idrica. Alcune aree del nostro Paese stanno conoscendo per la prima volta nella loro storia la siccità, e l’agricoltura italiana sta vivendo uno dei periodi peggiori da sempre. Le città stanno raggiungendo picchi di calore che mettono a dura prova la salute e il benessere dei cittadini. Il rischio di vedersi razionalizzare l’acqua si fa sempre più concreto. Il cambiamento climatico, causato dal sovrasfuttamento delle risorse naturali, sta mostrando i primi preoccupanti effetti.

#Movethedate: la campagna per posticipare l’Overshoot Day

Secondo gli attivisti è ancora possibile invertire la tendenza e per questo hanno lanciato la campagna #movethedate, che ha l’obbiettivo di posticipare l’Overshoot Day. Secondo i loro calcoli, se l’umanità dimezzasse le emissioni di anidride carbonica l’Overshoot Day si sposterebbe in avanti di quasi tre mesi.
I segnali però non sembrano positivi e gli indicatori ambientali ci mettono in allerta ogni anno di più. Ogni anno l’Earth Overshoot Day viene anticipato e questo vuol dire che gli sforzi per raggiungere la sostenibilità si fanno sempre maggiori.

Andrea Merusi

Una gita tra storia e natura all’Orto Botanico di Padova

padova-orto-botanico-23-870x490Articolo pubblicato su “ViaggiVerdi-ecobnb” – 20/02/2017

Orto botanico di Padova: cinque secoli di storia e cinque continenti percorsi in una mezza giornata (con uno sguardo verso il futuro).

L’orto botanico più antico al mondo si trova a Padova. Fondato nel 1545, è ancora situato nella sua collocazione originaria, in un’area di 2,2 ettari diventati nel 1997 Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Nato come Horto medicinale, ovvero per la coltivazione delle piante medicinali che costituivano la maggioranza dei “semplici” medicamenti provenienti dalla natura, veniva utilizzato dall’Ateneo Padovano per realizzare studi e applicazioni in campo medicinale e farmaceutico; e poiché la rara e preziosa flora coltivata al suo interno era spesso oggetto di furti, fu edificato un muro di recinzione circolare, tutt’oggi visibile, che gli cambiò il nome in “Hortus Cintus”.

L’orto botanico di Padova è unico non solo dal punto di vista storico ma anche da quello naturalistico e merita di essere visitato. Sono presenti più di 7.000 specie di piante ed erbe provenienti da tutti i continenti. Ci sono esemplari storici come la “Palma di Goethe” (Palma di S. Pietro), messa a dimora nel 1585 e così chiamata perché nel 1786 fu ispirazione per il poeta tedesco e per la sua formulazione dell’intuizione evolutiva espressa nel “Saggio sulla metamorfosi delle piante”.

Passeggiando per i viali del giardino ci si imbatte facilmente in piante stranissime e rare, inserite in una collezione dedicata alle specie in pericolo di estinzione e quindi incluse nelle “Liste rosse” dello IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). Si possono osservare esemplari secolari e giganteschi come il Platano Orientale, datato 1680 (riconoscibile dalla cavità nel fusto, probabile conseguenza di un fulmine) o la Magnolia Grandiflora (1786), tra le più antiche esistenti in Europa. Affascinanti e misteriose sono le piante velenose: una raccolta di specie tossiche, talora mortali, la cui pericolosità è indicata con apposito cartellino.

Nel 2014 l’orto botanico si è arricchito di una nuova struttura unica al mondo: il giardino della biodiversità. Si tratta di una serra contenente 1.300 specie che vivono in una struttura esemplare dal punto di vista architettonico. L’edificio chiamato “Solar Active Building” è stato progettato e realizzato per ridurre il più possibile l’impatto ambientale. Le precipitazioni naturali sono raccolte in una vasca di 450 metri cubi e la lama d’acqua all’ingresso del giardino assicura la continua movimentazione e ossigenazione della riserva idrica. La vita delle piante acquatiche tropicali è garantita dalla presenza di un pozzo artesiano che preleva acqua a 284 metri di profondità e alla temperatura di 24°C costanti. L’energia elettrica è prodotta dai pannelli fotovoltaici e alimenta le pompe che regolano il ciclo dell’acqua e contribuisce al funzionamento dell’intero sistema delle serre. Ma la tecnologia più innovativa è forse quella che è stata utilizzata per la copertura delle pareti: le superfici opache interne ed esterne sono rivestite con un composto fotocatalitico che sfrutta i raggi ultravioletti per dar luogo a una reazione chimica. Il suo effetto è un abbattimento considerevole dell’inquinamento atmosferico: le stime parlano di 150 metri cubi/metro quadro ripuliti dagli agenti inquinanti ogni giorno.

E queste sono solo alcune delle “tecnologie verdi” sperimentate nella costruzione del giardino della biodiversità;  in questa struttura ogni cosa è stata studiata e progettata per ridurre l’impatto ambientale, dal posizionamento delle piante alla composizione delle vetrate.

Quest’area di 1,5 ettari costruita all’insegna dell’ecosostenibilità è anche luogo di laboratori didattici e di formazione. Il percorso permette di fare un viaggio ideale dall’Equatore ai Poli e conoscere le diverse aree climatiche terrestri. Si parte dalla foresta pluviale tropicale per poi passare a quella tropicale subumida. Si raggiunge quindi il clima arido, tipico dell’Africa settentrionale, passando prima dal clima temperato e mediterraneo che ben conosciamo.

Tra un clima e l’altro, tra una serra e l’altra, pannelli e filmati ci informano della definizione di biodiversità, del perché è tanto importante e di quanto questa sia a rischio (è calcolato che ogni anno si perdono nel mondo circa 30.000 specie viventi, praticamente tre specie ogni ora).

Come giustamente si legge dal sito ufficiale (www.ortobotanicopd.it) l’orto botanico dell’Università di Padova è un luogo antico e moderno allo stesso tempo. Un percorso che porta dalla nascita della botanica applicata alla medicina alla tutela della biodiversità.

Andrea Merusi

Tante incognite, pochi passi avanti, nessuno stallo. Così si conclude la COP 22 di Marrakech

cop-22Articolo pubblicato su “ViaggiVerdi-ecobnb” – 22/11/2016

Dopo due settimane di negoziati si è conclusa la COP 22 di Marrakech, la ventiduesima Conferenza ONU sul clima. Dai bollettini e dai vari comunicati delle nazioni partecipanti si evince un risultato moderatamente positivo, anche se dall’analisi degli accordi raggiunti la prima impressione è che in quest’occasione si sia deciso poco, quasi niente. Il principale obiettivo raggiunto è stato quello di stabilire che entro dicembre 2018 dovrà essere definito il regolamento di attuazione dell’Accordo di Parigi e il sistema di monitoraggio degli impegni presi da ciascun paese firmatario.

Si è ribadito l’obbligo da parte dei Paesi partecipanti di fare il punto sulle proprie emissioni di CO2 entro il prossimo anno così da anticipare di due anni, quindi al 2018, gli INDCs (Intended Nationally Determined Contributions), ovvero gli impegni di riduzione dei gas serra emessi in atmosfera che ciascun Stato Membro dichiara di voler raggiungere.

Pochi, quindi, i provvedimenti concreti e tanti gli argomenti ancora in fase di definizione, come l’istituzione del Green Climate Fund, il Fondo Verde pensato per sostenere l’azione climatica nei paesi in via di sviluppo. L’obiettivo di quello che doveva essere il principale punto all’ordine del giorno, rimane quello d’istituire entro il 2020 un fondo economico di 100 miliardi di dollari all’anno. L’ostacolo emerso consiste nel fatto che i paesi donatori vogliono controllare come vengono spesi i loro contributi dai paesi riceventi, ovvero quelli economicamente più poveri, che però non vogliono interferenze esterne nelle loro politiche di adattamento al cambiamento climatico. Il dato di fatto è che ad oggi il fondo è fermo a 81 milioni di dollari di contributi promessi dalle sole nazioni europee di Belgio, Germania, Italia e Svezia.

Mentre si chiude la Conferenza di Marrakech si guarda già alla prossima Conferenza delle Parti che si dovrebbe tenere a Bonn, in Germania, ma che dovrebbe essere guidata dalle Isole Fiji, arcipelago tra i più a rischio a causa dell’innalzamento dei mari dovuto al cambiamento climatico. Ma in vista della prossima conferenza sul clima si fa sempre più forte l’incognita Trump. Il Presidente eletto degli Stati Uniti, negazionista del riscaldamento globale, in più occasioni ha ventilato la possibilità di un ritiro degli USA dall’impegno di riduzione dei gas serra. Così il primo ministro delle Isole Fiji, Frank Bainimarama, durante la plenaria finale di Marrakech ha invitiamo Donald Trump a farsi un viaggio nell’arcipelago dell’Oceania per vedere con i suoi occhi se i cambiamenti climatici non esistono.

E’ chiaro che la COP 22 si è conclusa con tante incognite, pochi passi avanti ma almeno nessuno stallo. I Paesi firmatari dell’accordo di Parigi hanno ribadito l’impegno a mantenere il riscaldamento del pianeta entro 2 gradi rispetto dai livelli pre-industriali, come però questo si attuerà non è ancora dato a sapere e lo si deciderà, forse, tra circa un anno.

Andrea Merusi