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Una gita tra storia e natura all’Orto Botanico di Padova

padova-orto-botanico-23-870x490Articolo pubblicato su “ViaggiVerdi-ecobnb” – 20/02/2017

Orto botanico di Padova: cinque secoli di storia e cinque continenti percorsi in una mezza giornata (con uno sguardo verso il futuro).

L’orto botanico più antico al mondo si trova a Padova. Fondato nel 1545, è ancora situato nella sua collocazione originaria, in un’area di 2,2 ettari diventati nel 1997 Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Nato come Horto medicinale, ovvero per la coltivazione delle piante medicinali che costituivano la maggioranza dei “semplici” medicamenti provenienti dalla natura, veniva utilizzato dall’Ateneo Padovano per realizzare studi e applicazioni in campo medicinale e farmaceutico; e poiché la rara e preziosa flora coltivata al suo interno era spesso oggetto di furti, fu edificato un muro di recinzione circolare, tutt’oggi visibile, che gli cambiò il nome in “Hortus Cintus”.

L’orto botanico di Padova è unico non solo dal punto di vista storico ma anche da quello naturalistico e merita di essere visitato. Sono presenti più di 7.000 specie di piante ed erbe provenienti da tutti i continenti. Ci sono esemplari storici come la “Palma di Goethe” (Palma di S. Pietro), messa a dimora nel 1585 e così chiamata perché nel 1786 fu ispirazione per il poeta tedesco e per la sua formulazione dell’intuizione evolutiva espressa nel “Saggio sulla metamorfosi delle piante”.

Passeggiando per i viali del giardino ci si imbatte facilmente in piante stranissime e rare, inserite in una collezione dedicata alle specie in pericolo di estinzione e quindi incluse nelle “Liste rosse” dello IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). Si possono osservare esemplari secolari e giganteschi come il Platano Orientale, datato 1680 (riconoscibile dalla cavità nel fusto, probabile conseguenza di un fulmine) o la Magnolia Grandiflora (1786), tra le più antiche esistenti in Europa. Affascinanti e misteriose sono le piante velenose: una raccolta di specie tossiche, talora mortali, la cui pericolosità è indicata con apposito cartellino.

Nel 2014 l’orto botanico si è arricchito di una nuova struttura unica al mondo: il giardino della biodiversità. Si tratta di una serra contenente 1.300 specie che vivono in una struttura esemplare dal punto di vista architettonico. L’edificio chiamato “Solar Active Building” è stato progettato e realizzato per ridurre il più possibile l’impatto ambientale. Le precipitazioni naturali sono raccolte in una vasca di 450 metri cubi e la lama d’acqua all’ingresso del giardino assicura la continua movimentazione e ossigenazione della riserva idrica. La vita delle piante acquatiche tropicali è garantita dalla presenza di un pozzo artesiano che preleva acqua a 284 metri di profondità e alla temperatura di 24°C costanti. L’energia elettrica è prodotta dai pannelli fotovoltaici e alimenta le pompe che regolano il ciclo dell’acqua e contribuisce al funzionamento dell’intero sistema delle serre. Ma la tecnologia più innovativa è forse quella che è stata utilizzata per la copertura delle pareti: le superfici opache interne ed esterne sono rivestite con un composto fotocatalitico che sfrutta i raggi ultravioletti per dar luogo a una reazione chimica. Il suo effetto è un abbattimento considerevole dell’inquinamento atmosferico: le stime parlano di 150 metri cubi/metro quadro ripuliti dagli agenti inquinanti ogni giorno.

E queste sono solo alcune delle “tecnologie verdi” sperimentate nella costruzione del giardino della biodiversità;  in questa struttura ogni cosa è stata studiata e progettata per ridurre l’impatto ambientale, dal posizionamento delle piante alla composizione delle vetrate.

Quest’area di 1,5 ettari costruita all’insegna dell’ecosostenibilità è anche luogo di laboratori didattici e di formazione. Il percorso permette di fare un viaggio ideale dall’Equatore ai Poli e conoscere le diverse aree climatiche terrestri. Si parte dalla foresta pluviale tropicale per poi passare a quella tropicale subumida. Si raggiunge quindi il clima arido, tipico dell’Africa settentrionale, passando prima dal clima temperato e mediterraneo che ben conosciamo.

Tra un clima e l’altro, tra una serra e l’altra, pannelli e filmati ci informano della definizione di biodiversità, del perché è tanto importante e di quanto questa sia a rischio (è calcolato che ogni anno si perdono nel mondo circa 30.000 specie viventi, praticamente tre specie ogni ora).

Come giustamente si legge dal sito ufficiale (www.ortobotanicopd.it) l’orto botanico dell’Università di Padova è un luogo antico e moderno allo stesso tempo. Un percorso che porta dalla nascita della botanica applicata alla medicina alla tutela della biodiversità.

Andrea Merusi

Tante incognite, pochi passi avanti, nessuno stallo. Così si conclude la COP 22 di Marrakech

cop-22Articolo pubblicato su “ViaggiVerdi-ecobnb” – 22/11/2016

Dopo due settimane di negoziati si è conclusa la COP 22 di Marrakech, la ventiduesima Conferenza ONU sul clima. Dai bollettini e dai vari comunicati delle nazioni partecipanti si evince un risultato moderatamente positivo, anche se dall’analisi degli accordi raggiunti la prima impressione è che in quest’occasione si sia deciso poco, quasi niente. Il principale obiettivo raggiunto è stato quello di stabilire che entro dicembre 2018 dovrà essere definito il regolamento di attuazione dell’Accordo di Parigi e il sistema di monitoraggio degli impegni presi da ciascun paese firmatario.

Si è ribadito l’obbligo da parte dei Paesi partecipanti di fare il punto sulle proprie emissioni di CO2 entro il prossimo anno così da anticipare di due anni, quindi al 2018, gli INDCs (Intended Nationally Determined Contributions), ovvero gli impegni di riduzione dei gas serra emessi in atmosfera che ciascun Stato Membro dichiara di voler raggiungere.

Pochi, quindi, i provvedimenti concreti e tanti gli argomenti ancora in fase di definizione, come l’istituzione del Green Climate Fund, il Fondo Verde pensato per sostenere l’azione climatica nei paesi in via di sviluppo. L’obiettivo di quello che doveva essere il principale punto all’ordine del giorno, rimane quello d’istituire entro il 2020 un fondo economico di 100 miliardi di dollari all’anno. L’ostacolo emerso consiste nel fatto che i paesi donatori vogliono controllare come vengono spesi i loro contributi dai paesi riceventi, ovvero quelli economicamente più poveri, che però non vogliono interferenze esterne nelle loro politiche di adattamento al cambiamento climatico. Il dato di fatto è che ad oggi il fondo è fermo a 81 milioni di dollari di contributi promessi dalle sole nazioni europee di Belgio, Germania, Italia e Svezia.

Mentre si chiude la Conferenza di Marrakech si guarda già alla prossima Conferenza delle Parti che si dovrebbe tenere a Bonn, in Germania, ma che dovrebbe essere guidata dalle Isole Fiji, arcipelago tra i più a rischio a causa dell’innalzamento dei mari dovuto al cambiamento climatico. Ma in vista della prossima conferenza sul clima si fa sempre più forte l’incognita Trump. Il Presidente eletto degli Stati Uniti, negazionista del riscaldamento globale, in più occasioni ha ventilato la possibilità di un ritiro degli USA dall’impegno di riduzione dei gas serra. Così il primo ministro delle Isole Fiji, Frank Bainimarama, durante la plenaria finale di Marrakech ha invitiamo Donald Trump a farsi un viaggio nell’arcipelago dell’Oceania per vedere con i suoi occhi se i cambiamenti climatici non esistono.

E’ chiaro che la COP 22 si è conclusa con tante incognite, pochi passi avanti ma almeno nessuno stallo. I Paesi firmatari dell’accordo di Parigi hanno ribadito l’impegno a mantenere il riscaldamento del pianeta entro 2 gradi rispetto dai livelli pre-industriali, come però questo si attuerà non è ancora dato a sapere e lo si deciderà, forse, tra circa un anno.

Andrea Merusi

Un viaggio in Scozia tra natura, castelli e whisky

Edimburgo-2-870x490Articolo pubblicato su “Viaggi Verdi – ecobnb” (www.ecobnb.it) – 04/07/2016

La Scozia non è solo pioggia e pub, in Scozia c’è tanto verde e ci sono paesaggi così belli da sembrare finti. Ci sono città affascinanti per la cura e i colori ed enormi giardini che stimolano riflessioni e relax. E non dimentichiamo l’ottimo whisky, ideale per sentirsi davvero abitanti delle Highlands.

Il modo migliore per scoprire la Scozia, raggiungendo i posti più nascosti e meno turistici, è sicuramente noleggiando un’auto. Non è molto sostenibile dal punto di vista ambientale però, purtroppo, non ci sono molte alternative. I treni e gli autobus hanno prezzi decisamente elevati, molto più alti rispetto a quelli a cui siamo abituati in Italia, e soprattutto raggiungono solo le città principali e non i bellissimi paesini nascosti tra le montagne o adagiati sulle coste. L’unica nota negativa è quindi il fatto che il trasporto pubblico non è molto incentivato.

Siamo partiti da Edimburgo e ci siamo diretti a nord est verso le città di Spey Bay e Inverness. Quindi abbiamo attraversato tutta l’isola in direzione ovest fino ad arrivare nel piccolo paese di pescatori chiamato Plockton, a pochi chilometri dal famoso castello di Eilean Donan. Infine siamo tornati nella capitale passando dall’entroterra e facendo una breve sosta in una tradizionale distilleria di whisky circondata da montagne.

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